INTERVISTA #16 // BUXEN: ritorno dal mondo dei morti..

Questa non è, per quanto mi riguarda, una semplice intervista. Piuttosto, la vorrei considerare una celebrazione, visto che a distanza di tantissimi anni ho finalmente la possibilità di parlare con Bard Manth. Chiaramente, per chi non conoscesse i Buxen, si tratterà semplicemente di un nome tra i tanti. Per chi invece ha un po' più di dimestichezza con la scena campana o nazionale, soprattutto quella tra la fine degli anni '90 e i primi '00, questo nome non suonerà affatto nuovo.
Oggi parliamo con una persona che ha contribuito in maniera fondamentale a quello che fu un periodo d'oro per il black metal italiano. Una persona che ha portato avanti un’etichetta storica, che ha prestato la voce a numerose band di culto, fonte d'ispirazione per quanto mi riguarda e che, finalmente, sono felice di ritrovare con una recente release che non mi sarei mai aspettato.
Bard Manth, grazie infinite per la tua disponibilità.
Sono passati davvero tantissimi anni, eppure i ricordi sono vividi come se i primi anni del nuovo millennio fossero ieri. Sinceramente non mi sarei mai aspettato di rivederti in attività con nuova musica e devo dire che l'uscita di "...Dilexerunt Homines Magis Tenebras Quam Lucem..." è stata una grandissima sorpresa. Cos'è successo negli ultimi vent'anni? Perché siete rimasti così a lungo lontani dai riflettori per poi tornare, quasi in punta di piedi, dopo tutto questo tempo? Cosa vi ha spinto a registrare questo nuovo lavoro e, spero, a tornare in attività come Buxen?
Bard Manth Negli ultimi vent’anni abbiamo fatto quello che fanno tutti: vivere, lavorare, perdere tempo, perdere persone, perdere illusioni. Alcune cose si sono svuotate da sole. La scena, per esempio. Non per rabbia, semplicemente per saturazione. Quando qualcosa diventa prevedibile, smette di interessare.
In realtà questo disco non nasce oggi. È stato solo interrotto.
La musica è stata composta nel 2005. I primi testi risalgono ai primi anni Duemila. Tra il 2011 e il 2013 abbiamo registrato gran parte del materiale: batterie, strumenti, le prime parti vocali. Poi si è fermato tutto. Non per una rottura, non per una scelta strategica. Semplicemente il flusso si è spento.
Buxen non ha mai funzionato come una band. Non c’è stato uno scioglimento, non c’è stata una pausa strategica. C’è stato silenzio. E il silenzio non è assenza, è incubazione. A volte dura mesi, a volte anni. Non lo decidiamo noi.
Nel 2023 alcune cose sono tornate a bussare. Alcuni testi erano rimasti incompleti. Non andavano riscritti, andavano conclusi. Abbiamo registrato le parti vocali mancanti e alcuni dettagli strumentali. Non per attualizzare il suono.
Non era nostalgia. Non era volontà di rientrare in un circuito. Era qualcosa che chiedeva di essere fissato su nastro, come una documentazione.
Chiudere qualcosa che era rimasto aperto.
“…Dilexerunt Homines Magis Tenebras Quam Lucem…” attraversa più di vent’anni. È un materiale nato nei primi Duemila che ha trovato forma definitiva quando era pronto.
Non abbiamo riacceso i riflettori. Non li abbiamo mai cercati.
Non c’è stata una decisione di “tornare”. C’è stata la decisione di non lasciare incompiuto qualcosa che esisteva già.
Siamo rimasti coerenti alla nostra natura: esistiamo solo quando c’è qualcosa che deve essere inciso, documentato, fissato. Il resto del tempo non c’è nulla da mostrare.
Se ci sarà altro, accadrà nello stesso modo. Senza annunci. Senza promesse. Solo per necessità.
Com'è arrivato l'accordo con la Gladivs Records per questa release? Si trattava di una label che già seguivate o avete semplicemente fatto ascoltare il disco a qualche etichetta e loro si sono interessati alla stampa?
Bard Manth Non c’è stata una ricerca vera e propria. Quando il lavoro è stato completato abbiamo iniziato a muoverci in modo molto semplice, senza una strategia precisa. Il contatto con Gladivs Records è arrivato in maniera piuttosto naturale, credo tramite alcuni contatti di Hurne legati ad altri suoi progetti musicali.
Hanno ascoltato il materiale, ne hanno compreso la natura e hanno deciso di pubblicarlo. Non c’erano molte cose da discutere.
Non ci interessava entrare in un circuito o costruire collaborazioni a lungo termine. Serviva solo qualcuno disposto a far uscire il disco per quello che è, senza cercare di trasformarlo in qualcos’altro.
In questo senso l’incontro è stato naturale. Il loro approccio era compatibile con il nostro: rispetto per il materiale e nessuna sovrastruttura. A volte è sufficiente questo.
Se posso chiedere, cos'è successo nel 2023 che vi ha portato a rompere quel silenzio e voler completare questo lavoro che era stato messo in pausa per così tanti anni?
Bard Manth In realtà non è successo nulla di particolare.
A un certo punto ho sentito la necessità di concludere ciò che avevamo iniziato. Non come un’idea razionale, ma come qualcosa di più istintivo, quasi un’urgenza.
Ne ho parlato con Hurne e abbiamo scoperto che, in modo indipendente, entrambi avevamo maturato la stessa sensazione. Così abbiamo deciso di riprendere in mano quello che era rimasto sospeso.
Va anche considerato che io e Hurne viviamo a centinaia di chilometri di distanza. Ci vediamo forse una volta l’anno e ci sentiamo molto raramente. Buxen non è mai stato qualcosa di continuo nella nostra vita.
Abbiamo ripreso quelle tracce non per nostalgia e nemmeno con l’idea di “tornare”. Era più simile a chiudere un capitolo lasciato aperto troppo a lungo.
A volte certe cose restano ferme per anni. Poi, senza un motivo preciso, diventa evidente che è arrivato il momento di terminarle. È stato semplicemente questo.
Com'è stato tornare a registrare dopo questa lunga sosta e cos'è cambiato — se ci fossero stati dei cambi — per quanto riguardava il vostro approccio a Buxen e alla vostra musica? È stato come riprendere dove avevate interrotto o avete avuto bisogno di un momento in più per ritrovare una certa dimestichezza tra di voi nel tentativo di portare a termine "...Dilexerunt Homines Magis Tenebras Quam Lucem"?
Bard Manth In realtà non è stato un ritorno nel senso classico.
Gran parte del disco era già stata registrata anni prima. Nel 2023 abbiamo lavorato solo su elementi molto specifici: le parti vocali dei brani finali, alcuni dettagli strumentali e la chiusura di alcuni testi. Non si trattava di ricostruire qualcosa da zero.
Per questo non c’è stato bisogno di ritrovare un linguaggio o un metodo. Quel linguaggio era già lì. Era rimasto congelato nel tempo.
Anche in origine il lavoro era stato costruito in maniera piuttosto frammentata, che è sempre stato il nostro modo di operare. Frozen registrò le batterie partendo da basi di chitarra a click preparate da Hurne. Su quelle tracce Hurne registrò poi chitarre e basso per conto suo. Solo dopo abbiamo assemblato tutto per registrare le voci.
Nel 2023 è successo qualcosa di molto simile: io sono andato in studio da solo per registrare le parti vocali mancanti, mentre Hurne ha aggiunto alcune piccole parti strumentali in un secondo momento. Ci siamo ritrovati solo nella fase finale del missaggio.
La cosa più importante era non interferire troppo con ciò che era stato fatto anni prima. Non volevamo aggiornare il suono o adattarlo a qualcosa di più recente. L’idea era preservare l’identità originale del materiale e portarlo semplicemente alla sua forma definitiva.
In questo senso il lavoro è stato quasi archeologico. Non costruire qualcosa di nuovo, ma riportare alla luce qualcosa che esisteva già.Che tipo di lavoro hai fatto, nello specifico, per le vocals e i lyrics? Se non ricordo male, da quel punto di vista il materiale dei Buxen veniva improvvisato in sala, inclusi i brani del demo poi usati per lo split con Aifur e Mordhell.
Bard Manth In realtà solo la parte vocale è sempre stata improvvisata in sala. I testi invece non lo sono quasi mai stati. In genere vengono scritti molto tempo prima delle registrazioni, in momenti completamente separati dal lavoro musicale.
Anche per questo disco il processo è stato simile. Alcuni testi erano stati scritti nei primi anni Duemila, tra il 2003 e il 2004. Altri erano rimasti incompleti per molto tempo e li ho ripresi in mano nel 2023 per portarli alla loro forma definitiva.
Per me i lyrics non nascono mai come qualcosa che deve accompagnare semplicemente la musica. Sono piuttosto delle riflessioni o delle immagini che si accumulano nel tempo e che solo dopo trovano una collocazione all’interno dei brani. A volte passano anni tra il momento in cui un testo viene scritto e il momento in cui viene effettivamente utilizzato.
Quando arriviamo alla registrazione la parte vocale è quindi più istintiva. Il modo in cui le parole vengono pronunciate, il ritmo, l’intensità, sono spesso improvvisati in quel momento. È una specie di interpretazione finale del testo.
La difficoltà principale in questo caso è stata un’altra: quando sono tornato a registrare erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che avevo fatto qualcosa di simile. Ho dovuto trovare un equilibrio tra la voce che avevo registrato allora e quella che ho oggi. Non volevo imitare la voce di dieci anni fa, ma nemmeno creare una frattura troppo evidente all’interno del disco. L’obiettivo era mantenere una continuità naturale tra due momenti molto distanti nel tempo. In un certo senso anche le voci fanno parte della stratificazione di questo lavoro.
Prima dell'uscita di questo vostro ultimo lavoro, avete anche collaborato con la Kold Cave per la stampa di "Mysterium Baphometis Revelatum". Puoi parlarci di questo EP? Si trattava, anche in quel caso, di brani vecchi rispolverati per non essere dimenticati?
Bard Manth In realtà quell’EP raccoglie i quattro brani che avevamo già completato nel 2013. Sono gli stessi che poi sono diventati la parte iniziale dell’album.
Con Kold Cave abbiamo semplicemente deciso di pubblicarli così come esistevano allora, senza modificarli o aggiornarli. In un certo senso l’EP rappresenta una fotografia di quel momento preciso del lavoro.
Solo in seguito, quando abbiamo deciso di completare l’intero materiale, quei brani sono stati rimissati insieme agli altri per dare al disco un suono più omogeneo.
Quindi sì, erano brani già esistenti, ma non è stato un vero recupero di materiale dimenticato. Era piuttosto una parte del lavoro che era già completa e che abbiamo scelto di far uscire così com’era.
Proprio in "Mysterium Baphometis Revelatum" ho notato un collegamento con i Triumphator, grazie al titolo dell'opener: "Praedictum (Hic Finis, Hoc Principum) (Mysterium Baphometis Revelatum Pt. I)". Da questo punto di vista, possiamo considerare i Buxen come una reincarnazione dei Triumphator o come un'entità completamente distinta?
Bard Manth In realtà non ci avevo mai pensato in questi termini. Però è vero che la fine dei Triumphator coincide più o meno con il periodo in cui ho scritto quei testi.
Il problema dei Triumphator, probabilmente, è stato il tentativo di trasformarli in una vera band introducendo altri elementi. In origine anche i Triumphator erano semplicemente un progetto mio e di Hurne. Abbiamo iniziato nel 1994 e lo abbiamo portato avanti per anni lavorando in modo molto essenziale, utilizzando session solo quando era necessario provare o registrare.
Quando la struttura è cambiata, qualcosa si è inevitabilmente perso.
In questo senso non direi che i Buxen siano una reincarnazione dei Triumphator. Piuttosto sono una specie di distillato. Abbiamo estratto ciò che era rimasto più autentico di quell’esperienza e lo abbiamo incanalato nei Buxen.
Naturalmente nel frattempo sono passati molti anni. Una certa maturità personale ha inevitabilmente filtrato alcune cose che all’epoca facevano parte dei Triumphator.
Tornando un attimo indietro ai vostri altri progetti (Triumphator, Math, Mephisto, Vermiis) perché rimettere mano a Buxen ma non a nessuno degli altri? Ancora in tanti, là fuori, si ricordano di queste band e vorrebbero che ritornassero in vita.
Bard Manth A dire il vero non sono del tutto convinto delle tue parole. Non è una mia opinione, è semplicemente quello che ho visto negli anni.
Per esempio, un paio di anni fa qualcuno si era mostrato inizialmente entusiasta all’idea di ristampare i Triumphator. Dopo alcune discussioni interne all’etichetta sono tornati sui loro passi dicendo che, in fondo, non era un gruppo così conosciuto e che non avendo mai suonato dal vivo sarebbe stato difficile promuoverlo. E stiamo parlando di persone che lavorano proprio nell’ambiente black metal.
Nel tempo situazioni simili si sono ripetute più volte. Dal loro punto di vista credo siano valutazioni anche comprensibili.
Non ho mai avuto la presunzione di pensare che quello che abbiamo fatto negli anni fosse qualcosa di memorabile. Io continuo semplicemente a fare ciò che sento di fare, finché ha un senso almeno per me.
Per quanto riguarda i singoli progetti, credo di aver già spiegato perché i Triumphator rappresentano un capitolo chiuso.
I Mephisto sono stati quasi l’opposto. Un divertissement, sia nello spirito che nell’approccio. Volevo una band che suonasse come negli anni ’80, senza prendersi troppo sul serio. Dentro c’è un po’ di tutto: musica, cinema, citazioni di ogni tipo. Paradossalmente è proprio il progetto meno “serio” sul piano dei contenuti quello che ha prodotto più materiale in meno tempo. Ancora oggi i Mephisto sono l’unico mio progetto con una discografia che supera le tre righe.
Non so bene cosa significhi, ma probabilmente qualcosa significa.
I Vermiis invece erano un progetto che io e Hurne avevamo pensato parallelamente ai Triumphator. Doveva raccogliere influenze diverse e avere una formazione più ampia. Riuscimmo anche ad arrivare in studio con questa line-up allargata e registrammo le parti strumentali. Ma si ripeté, in un certo senso, lo stesso problema che avremmo incontrato con i Triumphator: qualcosa iniziò a sembrarmi artificiale. Provai a registrare le voci, ma non funzionava. Rimandammo più volte. Quando finalmente tornammo in studio per riprovarci ci dissero che l’ADAT con le registrazioni non era più utilizzabile. A quel punto il progetto si è semplicemente fermato.
In fondo credo che tutti questi progetti abbiano avuto il loro momento e il loro spazio. Alcuni si sono esauriti naturalmente.
Buxen invece è rimasto lì, in silenzio, finché non è arrivato il momento di completare ciò che avevamo iniziato.
Vorrei farti una domanda, sfruttando quest’intervista, riguardo alla Ordo Obscuri Domini. Come mai la scelta di chiudere i battenti? Sei rimasto in contatto negli anni con le band che avevi stampato, o si è trattato di un capitolo chiuso che non aveva bisogno di alcun proseguimento né dal punto di vista dell’attività di stampa, promozione e distribuzione, né tantomeno dal punto di vista umano?
Bard Manth Onestamente la O.O.D. è un argomento che preferisco non approfondire.
Posso solo dire che per me rappresenta un capitolo chiuso da molti anni. Non sono rimasto in contatto con nessuno dei gruppi coinvolti e, con il passare del tempo, anche da parte loro non c’è stato alcun tipo di continuità o di contatto.
Era un’attività legata a un periodo molto preciso e credo sia giusto lasciarla dove appartiene.
Come musicisti siete in attività da tantissimo tempo. Avete vissuto gli anni d’oro e quelli di declino del genere, per poi rimanere volutamente, con Buxen, un gruppo fortemente ancorato all’underground e a un sound puramente novantiano. Pensi che qualcosa sia cambiato in meglio, da ieri a oggi? Ci sono delle band che hai continuato a seguire, o nuovi progetti che ti hanno riportato alla mente la metà dei ’90 e l’epoca in cui iniziaste a suonare?
Bard Manth Il cambiamento c’è stato, ma non mi è mai sembrato un miglioramento.
La tecnologia ha reso ogni aspetto di un progetto musicale molto più semplice. Registrare, distribuire, promuovere, entrare in contatto con altre persone. Tutto è più rapido, più accessibile, più economico. Ma allo stesso tempo mi sembra anche più vuoto.
Quando abbiamo iniziato l’email non era nemmeno diffusa. Per anni ho intrattenuto rapporti con persone di altri paesi scrivendo lettere. Ci si scambiava cassette, idee, contatti. Ogni cosa richiedeva settimane o mesi. Però quel tempo rendeva tutto più intenso.
Quando ricevevi un nastro lo portavi in giro, lo facevi ascoltare ad altri, ne parlavi. Era qualcosa che circolava lentamente, ma con più peso.
Oggi puoi ascoltare in poche ore vent’anni di musica. Ma spesso le persone non arrivano nemmeno a quello: si fermano a ciò che trovano sulle piattaforme più immediate e quello diventa il loro orizzonte.
Anche le registrazioni sono cambiate. Oggi produrre musica è molto più facile, ma allo stesso tempo molte produzioni finiscono per suonare tutte uguali. Gli stessi strumenti, gli stessi software, gli stessi preset.
E lo stesso discorso vale per la promozione. La scala che ha raggiunto oggi ha reso tutto molto più rumoroso, ma non necessariamente più significativo.
Per quanto riguarda le band, in realtà non seguo molto quello che succede oggi. Molti dei gruppi storici mi sembrano ormai lontani da quello che era il black metal che avevo conosciuto all’inizio.
Le realtà più underground spesso sono semplicemente scomparse. Il resto mi dà l’impressione di adattarsi continuamente a qualcosa, pur di continuare a esistere.
Pensi che da questo punto ci sará mai un altro lavoro di Buxen? Capisco l'ultimo disco rappresenti un capitolo chiuso e quindi: ha senso per Buxen e Bard Manth continuare ad esistere all'interno di una "scena" a voi estranea?
Bard Manth In realtà non ho mai pensato a Buxen come qualcosa che appartiene a una scena.
È sempre stato un progetto che prende forma quando c’è qualcosa da incidere. Quando questo non accade, rimane semplicemente in silenzio.
Per quanto riguarda Bard Manth, è uno pseudonimo che ho utilizzato per molte cose nel corso degli anni e che in qualche modo identifica quel percorso. Ma non è qualcosa che deve continuare ad esistere all’interno di una scena o di una dinamica precisa.
Se nascerà nuova musica verrà registrata.
Se non accadrà, non cambierà nulla.

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