Un altro nome che, secondo me, avrebbe dovuto ricevere più supporto all'esordio e ancora di più in questo momento, vista l'uscita del loro primo full-length sulle varie piattaforme digitali. Il black metal, si sa, è da sempre un genere pregno di atmosfera e pathos. Nel momento in cui gli artisti riescono a dominare certi aspetti, i loro lavori non potranno che essere considerati dei capolavori.
Nel caso degli Impious Vesper, i risultati erano già incredibili al debutto con "Fiamme e Corvi" nel 2020. Con il nuovo capitolo "Memoria Mortuorum" del 2025, sono arrivate le conferme per un nome che ha dell'incredibile. Se ancora non avete ascoltato il disco in questione, dovreste fare un salto sulla pagina Bandcamp della band o dare un'occhiata al nostro canale. Anche questa volta, inutile dirlo, l'intervista era assolutamente dovuta!
Ragazzi, ben trovati e grazie per la vostra disponibilità.
Prima di iniziare a parlare del vostro ultimo lavoro: per chi non vi conosce, chi sono gli Impious Vesper? Com'è nato il progetto e qual è stato il vostro percorso dal debutto, durante il periodo del Covid, fino a questo primo full-length?
Nefastvm Ciao Rob, grazie innanzitutto per l’attenzione e per lo spazio che ci dedichi: le tue parole nei confronti di Impious Vesper sono un privilegio e non qualcosa che diamo per scontato.
Per rispondere alla tua domanda: Impious Vesper nasce come una visione condivisa tra me e L. in un inverno di molti anni fa — credo fosse il 2008 o il 2009 — davanti a una birra in uno dei locali storici di Modena che chi ascoltava metal negli anni ’90 conosce bene. Era un periodo particolare per entrambi, uno di quei momenti in cui due percorsi personali finiscono per intrecciarsi quasi per necessità, come se ci fosse qualcosa che chiedeva di essere portato alla luce. In quell’istante vi fu la prima scintilla, più intuita che definita, che avrebbe trovato forma e corpo solo anni dopo.
Il passo successivo arriva nel 2017, quando N. entra nella nostra orbita portando una visione affine alla nostra. È in quel momento che il suono di Impious Vesper inizia davvero a delinearsi: un linguaggio che affonda le sue radici nelle band svedesi che tutti noi divoravamo da ragazzi — Naglfar, Dissection, Dawn, primi In Flames e, più in generale, i gruppi della No Fashion e della W.A.R. — senza dimenticare gli immancabili Iron Maiden, che per noi restano un fondamento emotivo e formativo. Da quel momento il nucleo creativo inizia davvero a consolidarsi: note, testi, immagini interiori… tutto comincia a trovare una direzione chiara, un punto di convergenza naturale, trasformandosi in un’identità sonora che finalmente riconoscevamo come nostra. Poche settimane dopo si unisce anche A. Mond (con cui già collaboravo nei Vollmond) e iniziamo a lavorare in sala sui primi brani.
La composizione dell’album, in realtà, è stata sorprendentemente rapida: avevamo le idee molto chiare e nel giro di pochi mesi, nell’estate del 2018, l’intero materiale era già definito. Da lì è iniziata la fase di rifinitura.
Nel 2019 entra in formazione anche S. e, in quel periodo, le line-up di Impious Vesper e Laetitia in Holocaust coincidevano quasi del tutto, fatta eccezione per i batteristi. Avendo dato priorità assoluta alla musica, l’aspetto visivo era rimasto indietro. E qui arriva l’episodio quasi surreale: il giorno in cui scattiamo le foto ufficiali, isolati nei boschi dell’Appennino, al rientro scopriamo che il mondo è improvvisamente cambiato. Era il 23 febbraio 2020: primo lockdown. Come per molte altre band, tutto si è fermato: eravamo pronti per entrare in studio, ma la realtà ha preso un’altra direzione.
Per non lasciare che la fiamma si spegnesse del tutto, nello stesso periodo abbiamo pubblicato un promo di due tracce, Fiamme e Corvi: fu un gesto necessario, un modo per custodire lo spirito che stavamo evocando e, al contempo, lasciarne filtrare un frammento verso l’esterno, quasi a misurare l’eco che la nostra visione avrebbe generato. Nei mesi successivi, complice anche l’incertezza di quel periodo, sia A. Mond che S. decidono di lasciare il progetto. È stata una scelta comprensibile, dettata più dal contesto che da dinamiche interne, ma ha inevitabilmente segnato una pausa forzata nel nostro percorso.
Arriviamo al 2022, periodo in cui chiesi a m:A Fog — col quale ero in contatto da tempo — di ascoltare i brani e valutare l’idea di unirsi a noi. Da lì abbiamo ripreso in mano tutto il materiale, lasciandogli il tempo necessario per farlo suo, senza alcuna fretta. Le registrazioni definitive sono iniziate nell’aprile del 2024, per concludersi quasi un anno dopo.
Ed eccoci qui, finalmente, con Memoria Mortuorum.
Tu sei stato attivo in diversi altri progetti nel corso degli anni. Come pensi che Impious Vesper si collochi rispetto alle tue altre esperienze, sia dal punto di vista musicale sia da quello concettuale?
Nefastvm Per quanto mi riguarda, ogni progetto ha rappresentato, o rappresenta, un diverso modo di dare forma alle pulsioni che mi animano. Apathia è un luogo in cui certi demoni interiori hanno prima trovato voce per poi farsi pura corrente nichilista attiva, coerentemente al nostro essere. Einsamtod, al contrario, è il viatico verso una visione romantica del black metal: il tentativo di restituire in musica quel mondo sospeso tra infanzia e tarda adolescenza, quando tutto era ancora avvolto da un misticismo innocente, fanciullesco ma non per questo meno autentico. LiH è l’anima marziale, adulta: un caos disciplinato che fissa l’abisso senza arretrare.
IV si colloca in un’altra regione del mio percorso. È un’entità autonoma, con un carattere che non appartiene a nessuno degli altri progetti, ma che ne raccoglie le ombre e le trasfigura. Qui il sentire è più viscerale: nasce dal corpo, dalla terra, da un legame che affonda nelle nostre montagne e nelle immagini che esse custodiscono. È un linguaggio che non descrive, ma evoca paesaggi e presenze che appartengono a un territorio interiore prima ancora che geografico.
Ed è forse questo, in fondo, ciò che cerchiamo di restituire con IV: l’odore dei boschi in una mattina nebbiosa, lo scrosciare impetuoso delle cascate al volgere delle stagioni, il colore delle faggete d’autunno, il silenzio maestoso delle valli meno battute — testimoni ancestrali di un popolo fiero. Una terra che, pur priva di cime imponenti, sa essere impervia e che ha visto scorrere il sangue di molte genti, dai Friniati fino agli echi più recenti della Linea Gotica. E ci sono luoghi in essa che parlano direttamente al nostro io. IV è il modo in cui abbiamo scelto di dare voce a quel richiamo.
E, sul piano musicale, la forma che abbiamo abbracciato nasce proprio da quel periodo giovanile in cui le nostre strade si sono intrecciate con quelle delle band che ci hanno segnati. È una forma espressiva che porta con sé l’urgenza di quegli anni, la loro ferocia e la loro meraviglia, e che oggi si intreccia con ciò che siamo diventati: una sintesi viscerale tra ciò che ci ha formati e ciò che ancora ci muove.
Parlando di "sintesi tra ciò che vi ha formati e ciò che siete diventati", dal punto di vista della musica, quali elementi estranei al genere sono confluiti in questa nuova urgenza espressiva? Quanto, poi, questo aspetto è stato ulteriormente sviluppato grazie alle lyrics e al cantato in italiano?
Nefastvm Rispetto ai brani che ho composto, gli elementi realmente “estranei” al genere sono pochi. L’unico che si potrebbe citare — e definirlo estraneo è per me una forzatura — è l’uso dei synth legati a pattern più vicini al dark ambient. In realtà, la distanza da certi passaggi atmosferici del black metal o dai tappeti che si potevano ascoltare nelle release della No Fashion è minima. Le parti acustiche che ho abbozzato, invece, rappresentano una novità per me: non le avevo mai utilizzate negli altri progetti, pur avendole sempre apprezzate come strumento espressivo.
Per quanto riguarda il cantato, avevo già sperimentato l’italiano con gli Apathia, nello split con gli Infamous. In Impious Vesper, la scelta è stata naturale: alcune immagini, alcune tensioni emotive e passaggi drammatici trovano nella nostra lingua madre una forza e una precisione che sarebbe difficile ottenere con l'inglese. Ad esempio, la transizione ne "L'Addio ai Monti" tra il narrato di Volgar e il mio cantato, ritengo abbia una resa emotiva favolosa. In "1539" c’è, inoltre, anche un breve frammento in volgare, tratto dagli atti inquisitori conservati all’Archivio di Stato di Modena.
Gli altri brani sono stati composti da N., mentre L. ed io abbiamo contribuito agli arrangiamenti ciascuno per la propria parte. Posso dire, senza timore di esagerare, che l’alchimia che si è creata è stata tanto unica quanto naturale: le diverse influenze di ciascuno, i contributi personali e le intuizioni portate in fase di scrittura non hanno generato un’accozzaglia, ma hanno forgiato un’entità riconoscibile, coesa, viva. Ci siamo completati a vicenda, spesso senza nemmeno doverlo esplicitare. È una condizione rara e credo sia uno dei motivi per cui IV suona così come lo sentite: l'alchimia creatasi ha fatto emergere un fluire che in realtà già ci apparteneva, rimasto solo in attesa del momento giusto per manifestarsi.
L. Non si tratta di innesti completamente estranei alla nostra natura, ma piuttosto di correnti sotterranee che hanno sempre attraversato il nostro modo di concepire la musica. Le influenze folk, soprattutto quelle intrise di suggestioni nordiche e arcaiche, hanno rappresentato un veicolo per evocare una nostalgia più ancestrale che sentimentale: un richiamo a memorie che sembrano appartenere tanto alla nostra storia personale quanto a un retaggio più remoto e collettivo. Queste sonorità ci hanno permesso di scolpire atmosfere sospese, quasi crepuscolari, capaci di accompagnare l’ascoltatore attraverso una dimensione di contemplazione e ritorno.
Parallelamente, la scelta di ridurre al minimo le parti solistiche nasce da un’esigenza di sottrazione piuttosto che di esibizione. Quando emergono, gli interventi solisti non cercano di dominare la struttura del brano, ma agiscono come fenditure nella materia sonora, amplificando la tensione accumulata e conferendo ai finali un carattere più solenne e catartico. In questo senso, diventano strumenti narrativi capaci di suggellare il percorso emotivo dei pezzi senza spezzarne l’unità rituale.
Il cantato in italiano e il lavoro sulle liriche hanno ulteriormente radicalizzato questa ricerca espressiva. Utilizzare la nostra lingua significa confrontarsi con una dimensione più viscerale e diretta, permettendoci di scolpire immagini e simboli con maggiore intensità e consapevolezza. Questo ha reso il messaggio più autentico e incarnato, rafforzando il legame tra ciò che siamo stati, ciò che siamo diventati e la forma sonora attraverso cui abbiamo scelto di manifestarlo.
Prima di tornare alla risposta di L., vorrei chiedervi come sia nata la collaborazione con Volgar, un artista che stimo profondamente e con cui ho avuto il piacere di confrontarmi. Sentendo il dovere di spendere una parola in suo supporto, come avete giudicato i tentativi di infangarlo messi in atto da certi ambienti? Mi riferisco a critiche spesso prive di cognizione di causa, mosse da chi non conosce realmente il suo percorso artistico e umano dagli anni '90 a oggi, ma anche da personaggi "pubblici" ben conosciuti.
Nefastvm Conosciamo la sua storia artistica, rispettiamo il suo lavoro e ci interessa ciò che una persona porta sul piano umano e professionale quando collaboriamo con lei. Il resto – polemiche, prese di posizione, dinamiche estranee alla musica – non ci riguarda e non rientra nelle nostre priorità. Abbiamo un’opinione personale sugli episodi che menzioni; tuttavia, non vediamo alcun valore nel trasformare un disco su cui abbiamo lavorato parecchio in un pretesto per alimentare (potenzialmente) discussioni che non ci appartengono.
La collaborazione con Volgar è nata in modo estremamente naturale. C’era un passaggio che sentivamo particolarmente vicino alla sua sensibilità artistica e al suo timbro; coinvolgerlo è stato automatico. Volgar ha accolto la proposta con grande serietà e rispetto, portando un contributo personale che ha arricchito il brano, donandogli una verve interpretativa quasi cinematografica.
Al di là di qualsiasi voce o discussione esterna, ciò che conta per noi è sempre l’incontro artistico e umano che nasce attraverso la musica. Lavorare con lui è stata un’esperienza positiva e stimolante, che ricordiamo con piacere. Siamo sinceramente soddisfatti del risultato raggiunto insieme e grati per il contributo che ha dato al disco.

L’italiano è una lingua meno flessibile dell’inglese per certi aspetti. Quali sono state le sfide fonetiche nel far convivere il vostro sound con la musicalità delle parole italiane, affinché diventassero davvero "immagini e simboli"?
Nefastvm L’italiano, di per sé, non mi ha creato ostacoli particolari. È stato tutto molto spontaneo e, anzi, le difficoltà maggiori sono derivate dal mio modo di lavorare: è un approccio che a volte rischia di far perdere di vista il quadro generale, ma fa parte di me, e alcune imperfezioni probabilmente le noto solo io.
Il metodo è sempre lo stesso: registro le pre-produzioni, poi lascio riposare l’ascolto per qualche settimana. Quando torno sui brani con orecchie fresche, faccio un ascolto estremamente critico e intervengo dove serve. È capitato anche che, in fase di incisione definitiva, emergessero metriche o variazioni alternative; in quei casi registravo più take e chiedevo un confronto ai ragazzi, consapevole che in quel momento non avevo l’oggettività necessaria per valutare da solo.
L’obiettivo, comunque, non è mai stato “far convivere l’italiano con il sound”, quanto far sì che le parole, nella loro musicalità naturale, diventassero parte dell’atmosfera.
La scelta di ridurre al minimo le parti soliste in favore di strutture più organiche suggerisce un approccio quasi teatrale o cinematografico alla struttura dei brani. Sicuramente l’apporto di Volgar ha giocato un ruolo importante da questo punto di vista. Come riuscite a capire, durante il processo creativo, quando un intervento solista è necessario e quando invece rischierebbe di rompere la formula volutamente utilizzata in questo disco? Si tratta di pura intuizione dettata dall’esperienza o di una sperimentazione in studio per cui, a risultato finito, si taglia "il grasso in eccesso"? Inoltre, questa ricerca della "sottrazione" ha influenzato anche il modo in cui gestite i volumi e le dinamiche in studio? Avete cercato un suono più secco e scarno o avete deciso di lavorare a priori sulla stratificazione degli strumenti e i crescendo delle atmosfere come linea guida in fase di scrittura?
Nefastvm Per quanto riguarda i brani che ho scritto io, il processo è stato figlio della più pura ispirazione. Tutto è nato da un riff iniziale e da lì ho lasciato che fosse l’atmosfera stessa a indicare la direzione, componendo la struttura man mano che prendeva forma. Non c’è stato nulla di programmato a tavolino. Ogni layer successivo è stato aggiunto solo se necessario, dopo aver testato il brano nella sua prima forma rudimentale – comprensiva di linee vocali provvisorie – e averne valutato la resa.
Una volta condiviso il materiale, la band ha lavorato sull’affinamento in sala seguendo un principio molto semplice: ciò che serve, resta. È qui che si è rivelata la parte più interessante del processo: l’amalgama naturale tra me e N., che di fatto siamo gli artefici del nucleo sonoro di IV, e gli innesti solisti di L., così come l’intermezzo da lui composto. Concordo sulla teatralità quasi cinematografica che menzioni: credo che molto sia dovuto ai temi trattati e alle liriche che ne sono derivate, nonché alla capacità di aver incasellato ciascun testo nel brano giusto e ogni momento della narrazione al rispettivo movimento. Certo, avrebbe potuto suonare tutto disarticolato; e invece, ogni elemento si è incastrato con una spontaneità che, a mio avviso, dice molto più di qualunque parola.
Come accennavo prima, è una comunione d’intenti che va ben oltre l’entrare in sala prove e attaccare il distorsore per tre ore.
N. Per rispondere a questa domanda, condivido il processo compositivo alla base dei brani che, a mio parere, è estremamente canonico e basato su diverse progressioni, dalla genesi delle prime idee al completamento delle tracce. Queste sono infatti nate in primis da riff di chitarra, i quali sono stati poi organizzati in strutture più o meno definitive a cui sono stati aggiunti arrangiamenti di batteria e altri strumenti, dando vita alle prime demo: forme embrionali partorite in solitudine.
Una volta proposte alla band, a questi canovacci sono stati aggiunti i vari interventi, tra cui le linee soliste di chitarra, le voci, le basi, le armonizzazioni e i contributi personali di ogni strumentista. Credo, quindi, che il processo alla base non sia tanto di sottrazione quanto di integrazione, stratificazione e arricchimento progressivo, tra l’altro senza un consapevole orientamento verso un tipo di suono o di feeling; ciò che ha prevalso è stata soprattutto la spontaneità, e questa ha avuto un impatto indelebile sull’organicità e, soprattutto, sulla ricchezza del risultato finale.
Guardando indietro, com’è stato arrivare alla fine del processo di produzione e pubblicazione? Spesso, a distanza di tempo, l'orecchio si fa più critico: c'è qualcosa in "Memoria Mortuorum" che oggi cambiereste o credete che l'opera rappresenti al meglio questo preciso istante nella vita del progetto?
L. Il tempo trascorso tra la composizione e la registrazione dei brani si è rivelato un elemento molto importante nel processo creativo. Ci ha permesso di osservare il materiale con maggiore lucidità e di rifinirlo con attenzione. Diverse parti eseguite con chitarra classica e a dodici corde sono nate proprio durante questa fase più riflessiva, permettendomi di inserirle nelle composizioni in modo naturale e coerente con l’atmosfera dei brani.
Anche alcune sezioni solistiche, pur discostandosi in parte dai canoni più tradizionali del genere, sono state inserite con l’intento di ampliare l’espressività del disco. In particolare, la parte finale di Verso l’Abisso Arcano rappresenta uno dei momenti più personali e sentiti dell’intero lavoro, dove l’aspetto emotivo e quello narrativo trovano un equilibrio che per noi era fondamentale.
La collaborazione con Kevin allo Studio Mécanique è stata altrettanto significativa. Il suo approccio ci ha permesso di mantenere un suono molto naturale e organico, riuscendo allo stesso tempo a dare maggiore profondità e solidità all’impatto complessivo dell’album.
Nefastvm A distanza di mesi, l’ascolto si fa inevitabilmente più severo. Personalmente credo che avremmo potuto fare scelte diverse sui suoni, ma riconosco che è una percezione legata al mio modo di intendere un certo tipo di sound. Abbiamo ricevuto riscontri molto positivi, e questo conferma che il disco funziona e rappresenta la band in quel preciso istante della sua vita.
Come dicevo in precedenza, il rischio è sempre quello di perdersi nei dettagli e smarrire la visione d’insieme. “Memoria Mortuorum” è ciò che doveva essere in quel momento: un’opera sincera, coerente, nata da un equilibrio che abbiamo trovato strada facendo. Guardare indietro serve solo a comprendere come affrontare i prossimi brani con maggiore consapevolezza, non a riscrivere ciò che è già stato.
Per quanto riguarda l’attività futura, vedremo mai questi brani eseguiti dal vivo? Pensate che Impious Vesper sia un progetto che possa essere portato sul palco, o manterrete la band come una creatura da studio a tempo indeterminato?
Nefastvm L’idea di portare questi brani dal vivo ci affascina molto. Allo stesso tempo, siamo consapevoli delle complessità: gli impegni personali, la distanza geografica e la natura stessa degli arrangiamenti richiedono tempo e condizioni adeguate. Non è qualcosa che si improvvisa.
Detto questo, non consideriamo Impious Vesper una creatura confinata allo studio, pur nascendo in quella dimensione. Con la proposta giusta e un contesto che rispetti le nostre sonorità, salire su un palco sarebbe non solo possibile, ma naturale. Non poniamo limiti: lasciamo che sia il percorso stesso a indicarci quando e come.
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