INTERVISTA #6 // LASPHERUS: un nuovo nome da non dimenticare..
Un debutto niente male, arrivato in formato digitale verso la fine del 2025 e che spero veda una stampa in formato fisico molto presto! Il progetto Laspherus si presenta benissimo al pubblico nostrano e chiaramente ero più che curioso di scambiarci due parole per saperne di più.
Se ancora non li avete ascoltati, fate un salto sul loro profilo Bandcamp perché ne vale veramente la pena.
Partiamo dalle classiche domande di rito: chi sono i Laspherus? Come nasce il progetto? Qual è la storia del vostro omonimo debutto?
C’è una frase che usiamo spesso: Laspherus è la cicatrice che rimane dopo che il tempo fallisce. Non è un motto, è una confessione. È ciò che resta quando due vite, nate dallo stesso buio suburbano, si separano per un decennio.
Siamo un duo italiano, ma le nostre radici affondano in un gelo più antico: uno russo, l’altro con sangue ucraino nelle vene. Il tempo ha cercato di cancellarci, di farci diventare storie separate, persone “normali”. Ma il tempo ha fallito.
Il progetto nasce da quel fallimento del tempo. Laspherus non è nato da una decisione. È emerso come necessità, come l’inevitabile ritorno di ciò che non può essere cancellato. È nato per dare voce al vuoto, non per riempirlo, ma per renderlo più profondo. Un invito a chi ascolta: guarda dentro il tuo silenzio. Cosa resta quando il tempo cerca di portarti via da te stesso?
Il debut EP omonimo è nato senza compromessi né illusioni. Non è un disco che racconta una storia lineare, è un invito a cadere. A scoprire che più ci si allontana dalla superficie, più il possibile si apre. I testi non raccontano storie, ma scavano interrogativi. Parlano di un fondo che non arriva mai, non per disperazione, ma perché ogni strato tolto rivela un nuovo possibile. Una sottrazione che genera infinito: ogni luce rimossa apre un’altra notte, ogni silenzio aggiunge profondità.
Un distacco durato un decennio, un 'fallimento del tempo', testi che scavano interrogativi. Cosa è successo in quegli anni di silenzio che ha reso inevitabile il ritorno sotto il nome di Laspherus e, soprattutto, la voglia di dar fiato a queste nuove possibilità?
Quegli anni di silenzio non sono stati un abisso mistico o un destino predestinato, sono stati un distacco naturale, come accade nella vita. Amicizie diverse, stili di vita che si allontanano, percorsi che si separano senza dramma.
La voglia di dar fiato a queste nuove possibilità è nata proprio da lì: dal fatto che ci siamo trovati musicalmente come se il tempo non fosse passato, ma con tutto il peso e la profondità che quegli anni ci avevano lasciato addosso.
Non era inevitabile in senso "fatale", era naturale, quasi inevitabile per noi. Una metafora con un fondo di verità: il vuoto non ci aveva separati, ci aveva solo resi pronti a riconoscere ciò che era sempre stato lì. Ovviamente il fatto che ci si trovi bene e ci si intenda musicalmente è il fattore principale, ma quando ci mettiamo a pensare e a cercare significati più profondi che vanno oltre a ciò che sta in superficie possiamo notare tutte queste cose.
Uno degli aspetti cardine della vostra musica è un sapore est-europeo in ciò che proponete nel vostro operato. Drudkh e Mgla sono solo alcuni dei progetti che potrebbero venire alla mente a un primissimo ascolto. Ho trovato però il vostro EP di debutto molto più profondo a livello musicale, nonostante il modus operandi che oggi come oggi potremmo definire standard. Parlatemi di come si sia articolata la composizione di questo disco e della fase di registrazione. Come funziona, sotto questi punti di vista, il progetto Laspherus?
Siamo un duo composto da cantante e chitarrista/produttore. Il processo compositivo di questo EP è stato molto semplice ma efficace, dal nostro punto di vista. Quando ci troviamo, decidiamo come prima cosa il vibe che vogliamo trasmettere e poi procediamo con la composizione. Vengono composte e registrate le strumentali, dopodiché il cantante, una volta ricevute le tracce, compone i testi e registra la voce. Non hanno partecipato personaggi esterni (mix engineers, ecc.) per la realizzazione di questo EP.
Quanto è importante per voi lavorare in questo modo? È una semplice scelta economica o un iter dettato da pure necessità artistiche che vi permettono di mantenere una certa indipendenza? Non avete il timore che un lavoro DIY possa mancare di profondità, se considerate altre realtà che possano suonare uno stile simile al vostro?
Non abbiamo alcun timore delle altre realtà. Ci saranno sempre altre migliaia di band che creeranno qualcosa di simile; ogni musicista vero è consapevole di questo, in qualsiasi genere e con qualsiasi modus operandi. Facciamo musica che, prima di tutto, piace a noi stessi; se poi risuona con l'ascoltatore, bene così. Chiunque a cui piace la nostra musica è perché ne percepisce l'autenticità e sente che gli smuove qualcosa da dentro. Non è una produzione stellare o una produzione da scantinato a determinare la profondità dell'opera. Tutto l'insieme di fattori che porta alla creazione della musica, la vita di chi l'ha composta, la vita di chi l'ascolta: tutto questo fa sì che si crei una connessione tra l'artista e l'ascoltatore.
Non penso si possa definire in altro modo il genere! Il black metal ha, secondo me, bisogno di questo vincolo tra artista ed ascoltatore per poter essere capito. Pensate che questo sia un punto di vista valido? Vorrei anche chiedervi: come vedete e vivete voi il genere al giorno d’oggi? Quanto risulta difficile conciliare l'estremismo concettuale del genere con la vita di tutti i giorni, tra politicamente corretto, diversità, inclusione e il perbenismo che cerca di seppellire la natura ribelle del genere stesso?
Sì, è un punto di vista assolutamente valido. Il black metal, più di altri generi, quando viene davvero compreso ha il potere di una rivelazione infantile o adolescenziale: quella scoperta improvvisa che ti cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo. È esattamente quel vincolo tra artista e ascoltatore a rendere possibile questa trasformazione. Senza di esso, resta solo suono; con esso, diventa un passaggio.
Viviamo il genere in maniera assolutamente normale. Non riscontriamo alcuna difficoltà con la vita di tutti i giorni perché non percepiamo questo estremismo concettuale. Queste domande partono dal presupposto che il black metal sia intrinsecamente "estremistico" in senso sociale o politico, ma non è più così da molto tempo. Al contrario, sembra essere l’unico genere musicale che si è allontanato dai cliché e che si è evoluto in maniera autentica e vera in tutto il mondo: da forme più raw e aggressive a forme più emotive, filosofiche e atmosferiche. La ribellione, verso qualsiasi cosa, non risiede nei generi musicali, ma nella mente e nella vita dell'ascoltatore.
Pensate, quindi, che il nuovo "estremismo" sia equivalente a un allontanamento da un'attitudine estroversa e a un avvicinamento a una introversa? Lontani dai riflettori, lontani dal mainstream, lontani dal voler fare musica che possa piacere a tutti — e che sia conseguentemente autolimitante — a favore di una ricerca interiore ed emotiva che, a suo modo, riscopra un’intimità troppo spesso ripudiata?
È più limitato colui che vuole piacere a tutti, rispetto a chi è se stesso. Non pensiamo che nel black metal ci sia un allontanamento da un'attitudine estroversa verso una introversa; pensiamo semplicemente che ora ci siano molte più varianti, e una non toglie l'altra. Riguardo al nostro EP, è molto introspettivo, con tratti filosofici che parlano col mondo: è un dialogo con l'interno e con l'esterno.
L'EP è stato pubblicato a ridosso del Natale. Cosa ha spinto la scelta verso il 20 dicembre, viste le possibili complicazioni nel promuovere un disco durante le feste? E quali sono state le reazioni fin qui, considerando la visibilità che Black Metal Promotion riesce a dare a realtà underground come la vostra?
La data di pubblicazione non è stata una scelta calcolata o spinta da strategie. Avevamo da poco terminato l'EP e abbiamo deciso di pubblicarlo. Le reazioni, se intendi quelle degli ascoltatori, sono interessanti. Abbiamo notato che varie persone sembra che colgano l'essenza del nostro sound e del suo significato. Siamo molto grati a Black Metal Promotion per il lavoro che svolge: fa in modo che tante realtà underground come la nostra abbiano la possibilità di 'esistere'.
Non pensate, però, che avere spazio su un canale YouTube come Black Metal Promotion, senza l'ausilio di un supporto fisico al momento della pubblicazione del video, possa essere un'arma a doppio taglio che magari rende la band una tra tante? Con la mole di uscite in ambito black metal a livello mondiale, non pensate che il formato digitale possa essere, in molteplici occasioni, la morte della musica underground?
Siamo dell’idea che non sia l’avere il supporto fisico istantaneo a rendere una band unica, ma la musica in sé. Certo, l’avere un disco fisico pronto subito è una buona cosa, ma noi non abbiamo la fretta di monetizzare. Pensando un attimo più in profondità, alla fine la maggior parte delle band sul canale ha un disco o del merch già pronto all’uscita del video; noi no. C’è solo la musica. C’è sicuramente chi è più intrigato da una situazione come questa che dalla «normalità» che vede di solito. La morte della musica underground (anzi, della musica in generale) si verifica quando la persona smette di cercare, approfondire, di aspettare qualcosa, e accetta solamente ciò che gli viene dato in pasto dall’alto, pensando che quella sia l’unica realtà possibile. Forse quest’ultima cosa può essere unita anche al resto della vita in generale...
In conclusione di questa breve intervista, come presentereste i Laspherus e il vostro debutto a chi, là fuori, ancora non vi conoscesse?
Grazie per questa breve intervista.
A chi ancora non ci conosce diremmo: questo EP è come uno sguardo arrabbiato ma, allo stesso tempo, liberatorio. Quello sguardo arrabbiato è diretto dentro e fuori: rabbia contro la superficie che il mondo impone, contro il rumore che copre il silenzio, contro le luci forzate che promettono consolazione. Liberatorio perché ti permette di vedere davvero.

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